PATRICIA GOMIS HELENE DUCHARME

ANIMATAZINE

Patricia Gomis, attrice, autrice, regista, marionettista, è direttrice del Centro Culturale Djaram'art, Associazione Djarama, da lei fondato a Ndayane, villaggio di pescatori a 50 km da Dakar in Senegal: 1,5 ettari di terra improntati all'agro-ecologia dove sono stati piantati più di 150 alberi, centro culturale che ospita una scuola elementare e un centro di ricerca e produzione internazionale di spettacoli teatrali.

"All'età di vent'anni ho capito che avevo una scelta. Da quel momento in poi ho cambiato la mia vita. Ho scelto di fare teatro per bambini, ho scelto mio marito. Ho scelto la mia professione perché non è una professione che faccio per guadagnare soldi, ma per realizzarmi come essere umano."

Hélène Ducharme, autrice, regista, attrice e marionettista, ha fondato il Théâtre Motus basato a Longueuil, nella regione di Montréal del Quebec, in Canada, creando spettacoli in cui viene  esplorato il matrimonio tra la marionetta, la recitazione, la musica dal vivo, il teatro delle ombre nere e colorate e qualsiasi altra forma teatrale che potrebbe potenzialmente integrare la marionetta.

Il suo rispetto per i bambini la porta a lavorare a stretto contatto con loro durante tutto il processo creativo.

Patricia ed Hélène ono attualmente in creazione per lo spettacolo Parola d'acqua in cui offrono uno sguardo incrociato sulle diverse realtà quotidiane in Africa Occidentale e nel Nord America intorno al tema dell'acqua, elemento essenziale per la vita, sia essa scarsissima o di infinita abbondanza...

Lo spettacolo debutterà a marzo al Festival Internazionale Djaram'art e nell'ambito del Forum Mondiale dell'Acqua che si terrà a Dakar dal 21 al 26 marzo 2022.

VENITE DA CONTESTI GEOGRAFICI DIVERSI, INSIEME STATE ESPLORANDO IL TEMA DELL’ACQUA IN MODO ARTISTICO. QUALI SONO LE VOSTRE ESPERIENZE INTORNO ALL'ACQUA?

PATRICIA
 
Essendo africana, il rapporto con l'acqua è qualcosa che mancava nella mia infanzia.
 
Dovevamo sempre stare attenti con l'acqua, ci dicevano sempre: "Non finire l'acqua! Stai sprecando acqua! Prendi poca acqua!".
 
È sempre stato così, fin da piccola: "Vai a prendere l’acqua!".
 
Quando eravamo bambini, non avevamo acqua in casa, dovevamo andare a prendere l'acqua dalla cisterna o dai pozzi.
 
E siccome sono le donne le responsabili di questo compito, ricordo, dovevo avere undici, dodici anni, riempivo le giare d'acqua e dovevo pensare a come preservare quest'acqua, per non andare a prenderla il giorno dopo ancora.

Mettevo l'acqua nelle anfore, in contenitori enormi, brocche di terracotta, e ne dovevo riempire tre.
 
Un giorno, dopo aver riempito i contenitori, ho preso un pezzo di stoffa con una corda e li ho legati, in modo che la gente non mi svuotasse quest'acqua.
 
Il giorno dopo ovviamente ho trovato le mie tre brocche vuote, e ho litigato con mia zia che usava quest'acqua per lavare i suoi figli: ero io che dovevo tornare a prendere di nuovo l'acqua, una litigata per preservare la mia acqua!

Come africani, la mancanza d'acqua ci spinge ad avere il riflesso di usare poca acqua, perché in ogni caso, siccome dobbiamo andarla a prendere, per cucinare o lavare i piatti o lavarsi, è necessario non sprecare acqua.

L'altro rapporto che ho con l'acqua è quello della sensazione dell'acqua fredda al mattino, quando non potevi riscaldarla: quando sei piccolo e sei in una casa con tante persone, non puoi permetterti di scaldare l'acqua per tutti per lavarsi, quindi, noi bambini ci lavavamo con l'acqua fredda che dormiva nelle brocche: un'acqua molto fresca al mattino, prima di andare a scuola, versavamo quest'acqua sul corpo… Era tutta una preparazione! 

Iniziavamo con i piedi, poi salivamo piano piano, e qualche volta, per far vedere che ci eravamo lavati, prendevamo un po' d'acqua, ci lavavamo bene i piedi, e poi prendevamo il vestito, strofinavo il corpo con i vestiti bagnati per mostrare che ci eravamo lavati, l'acqua era così fredda…

Per me l'acqua sono le donne, sono tutte queste donne che devono trovare la soluzione per avere l'acqua, sono loro che devono pensare all'acqua che usiamo in casa.

Provo un senso di rivolta: perché sono solo le donne a dover risolvere questo problema, e non solo quello?

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Foto di Malcolm Manners, Fiume Senegal, il fiume costituisce il confine orientale del paese. 

HELENE
 
Sono canadese, per me il rapporto con l'acqua è abbondanza infinita, vivo costantemente nell'acqua.

I ricordi che ho sono per lo più legati alla neve, al ghiaccio, al freddo, all'acqua che gela se lasciata in un secchio fuori, alla superficie del lago: la provincia del Quebec dove vivo, è per lo più la superficie di un lago.

I popoli si sono sempre stabiliti sulle rive dei fiumi, siamo fortunati che in tutti i fiumi ancora oggi ci sia acqua potabile: viviamo nell'acqua, viviamo sull'acqua, viviamo sempre con le barche.

La tradizione di fare il bagno ai bambini è pazzesca: due volte al giorno, tanta è l'acqua che c’è, non ci poniamo nemmeno la domanda, il numero dei bagni, delle docce e la durata delle docce.
 
Non paghiamo l'acqua, paghiamo per riscaldarla, ma produciamo elettricità con l’acqua, e la nostra elettricità è così economica che non ci diciamo mai: "Dobbiamo fare una doccia breve"; facciamo sempre una doccia molto calda e molto lunga, è incredibile, è uno spreco.
 
In questo momento iniziamo a sentire parlare di tutti questi sprechi, e di questa consapevolezza che non abbiamo, dell'importanza di preservare le risorse.

Per me nuotare, entrare in acqua, avere l'acqua corrente in casa, avere sempre l'acqua calda, è normale, la responsabilità per l'acqua non l’ho mai sentita in quanto donna.
 
Poi ovviamente, se penso a mia nonna, se vado indietro di due o tre generazioni, lì forse c'erano delle responsabilità.

Qui in inverno devi spalare la neve, devi rimuoverla regolarmente e questa è una cosa che fanno soprattutto gli uomini; io lo facevo con mia madre, ci sono un sacco di donne che lo fanno, non vorrei mai dire che le donne non lo fanno, ma siccome è un lavoro molto duro, che richiede molta energia fisica, lo fanno soprattutto gli uomini.

Sono rimasta molto sorpresa quando Patricia mi parlava dello sforzo fisico richiesto dalle donne in Africa per portare l'acqua, del peso che lei aveva sulla testa quando era piccola.
 
Ricordo che mio padre mi diceva: "No, no, stanno arrivando i tuoi fratelli, non puoi sforzarti!", perché puoi davvero spalare per due o tre ore per liberare spazio, non sono cinque minuti...
 
Una tempesta sono circa 30 cm di neve, non sembra molto, ma è l'accumulo di una tempesta dopo l’altra.
 
Quando ero piccola non raccoglievano la neve nelle città per portarla altrove, ora lo facciamo, perché ci siamo accorti che era un accumulo incredibile: c’era un camion che passava, che chiamiamo il soffiatore, che raccoglieva la neve nella strada dove passavano i veicoli, ma per spingerla di fianco, quindi la neve si alzava rapidamente fino al livello dei tetti, non si vedeva più attraverso le finestre, tutto era ostruito, con una grossa bufera di neve lo spazzaneve passava due o tre volte…

Un ricordo che ho è di aprire la porta la mattina, e c'è un muro di neve, non puoi uscire, devi spalare la neve in casa per farti un tunnel per uscire, poi dopo essere usciti, devi spalare tutto per far uscire l'auto, perché il soffiatore sgombrava la strada ma non il parcheggio dove si trova l'auto...
 
E’ inimmaginabile la quantità di neve che può cadere…

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Foto di Hélène Ducharme, torrente in Quebec, Canada

PATRICIA
 
Quando in casa non c'è acqua, appena cade la pioggia, dobbiamo mettere delle bacinelle per raccogliere l'acqua piovana, che scaldiamo per cucinare, o a volte beviamo.

Dobbiamo trovare l'acqua potabile, perché l'acqua che abbiamo nel rubinetto non lo è, le tubature sono vecchie, l'acqua è rossastra, molte famiglie la bevono.

Dovete sapere che in un fiume qui, puoi vedere animali che bevono acqua e vedere di fianco una madre che attinge a questa stessa acqua, che non è potabile.

Ci sono diverse forme di acqua di cui abbiamo bisogno, molti non sanno che può fare ammalare, che puoi avere la diarrea.

Noi consideriamo l'acqua come un bene raro.
 
Questa cosa porta conflitti nel Sahel: gli stagni dove c'è l'acqua, gli animali vanno ad abbeverarsi lì, e gli abitanti se la prendono con i pastori, perché i pastori sono nomadi, quindi a volte viaggiano per miglia per trovare acqua per gli animali, e quando trovano l'acqua, non cercano di capire se quest'acqua deve essere condivisa, gli animali devono bere, quindi la mancanza di acqua può portare a conflitti.

L'acqua è ampiamente utilizzata per i rituali.

Per esempio nella mia etnia, come molte altre etnie in Africa, usiamo l'acqua quando vogliamo scongiurare il malocchio.

Possiamo versare acqua in un luogo dove commerciamo: vedrai che spesso, in certi paesi in L'Africa, quando una donna o qualcuno viene ad aprire il suo negozio, spruzza acqua dappertutto; molte famiglie, la mattina, quando si svegliano, versano acqua davanti alla loro porta per ringraziare la notte e gli spiriti: il malocchio può essere rimosso usando l'acqua con incantesimi.

Nel sud del Senegal e fino al Mali si possono trovare spiriti ossessionanti che abitano nelle acque.

C'è Mamie Wata, che è lo spirito dell'acqua, che appare di tanto in tanto ad alcune persone: sono leggende che vengono raccontate in modo leggermente diverso da paese a paese, ma sono cose che connettono gli esseri umani tra loro.

Quando sento certe storie in Europa che hanno una somiglianza con le storie di casa, nella mia riflessione mi dico che sono fatti che dimostrano che gli esseri umani sono partiti dalla stessa radice, perché portiamo le stesse storie che hanno avuto inizio da luoghi diversi nel continente.

Mamie Wata non mi è mai apparsa, non mi piacerebbe vederla!
 
Ne avrei paura, anche se vivo nella boscaglia, parlo agli alberi, ai baobab e verso acqua ogni mattina per ringraziare tutti gli spiriti che vivono nella boscaglia qui…
 
L'essere umano si crede il più importante della terra e per lui gli altri non contano, ma per me un serpente, un topo, contano: quindi li ringrazio per aver condiviso lo stesso ambiente con me, la mia famiglia e la mia comunità.

Quindi ogni mattina verso l'acqua, ringrazio gli alberi, i serpenti, i topi, i ragni, le api, tutti, per la convivenza.

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Foto: Jean-Christophe Pouget, animali che si abbeverano in uno stagno vicino al lago Guiers, un lago d'acqua dolce situato a nord del Senegal, nel delta superiore del fiume Senegal. Novembre 2014.

HELENE
 
Per noi le paure vengono più dal freddo, da questo pericolo.

Abbiamo persone che muoiono, si congelano, perdono pezzi.

Avevo un prozio che era un missionario presso gli Inuit, poi è stato preso da una bufera di neve, poi anche se era con gli amici che hanno costruito un igloo, gli si sono congelate le dita dei piedi: ricordo che mi ha mostrato che c'erano dei tagli alle dita dei piedi, aveva dovuto tagliarle.

Per noi è più a questo livello che si sente parlare di pericolo: si tratta di inondazioni, di fiumi straripanti, di disastri, non è perché le condutture non vanno bene, ha più a che fare con i fiumi che straripano, che salgono, con il ghiaccio che forma uno strato sul terreno che non assorbe acqua.

I nostri problemi sono dalla parte dell'abbondanza, è davvero particolare.

Quando penso alle abluzioni, nelle nostre culture indigene i rituali si fanno molto con il fumo, con il fuoco, probabilmente in relazione all'importanza del calore, all'importanza di scaldarsi: facciamo gli stessi movimenti di quando ci si lava, ma lo facciamo con il fumo.

I panorami sono incredibili, agli opposti; trovo importante ascoltare ciò che sta accadendo altrove, la realtà quotidiana di una tribù o qualcuno in particolare.

A volte si sente parlare troppo dell'acqua, dell'ambiente, degli alberi in generale: sembra che sia troppo generico.
 
Quando riusciamo ad attribuire queste cose alla quotidianità di qualcuno, in relazione alla nostra realtà, trovo che questo parallelo ci aiuti a rendere il problema più concreto, più preciso: la nostra azione, le nostre soluzioni, il nostro punto di vista cambiano.

É la sensibilità che dobbiamo sviluppare, uscire dai grandi temi, riportarla vicina a noi come esseri umani, come persone con le nostre emozioni.

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Foto di Hélène Ducharme, lago in Quebec, Canada

PATRICIA
 
Perché abbiamo scelto questo tema?
 
C'è da dire che io, con tutto questo rapporto che ho con l'acqua, vivendo in Africa - in un villaggio dove l'acqua è ancora oggi un problema, e dove nel villaggio qui vicino, a 1 km di distanza, non c'è acqua nelle case, le donne vanno ancora a prendere l'acqua, fanno la fila dalla mattina alla sera per trovare l'acqua - mi sono sempre detta che un giorno dovevo raccontare l'acqua.

Gli spettacoli che faccio sono sempre ispirati da ciò che sta accadendo, da ciò che ci circonda nel nostro ambiente immediato, da tutti i problemi che viviamo, da tutto ciò che è vero, che è veramente tangibile: la questione dei diritti dei bambini, delle donne, dell'accesso alla scuola, l’escissione, l’accesso all'acqua.

Mi sono detta che un giorno dovevo fare uno spettacolo, questa questione dell'acqua dovrà essere affrontata sul palco.

Hélène ed io ci conosciamo da molto tempo, ho visto Hélène in Burkina, in un festival dove stavo facendo il mio spettacolo Petit bout de bois, lei si esibiva in uno spettacolo, un progetto molto grande come è abituata a fare con diversi continenti e tanti artisti, un progetto magnifico.

Ci siamo incontrate in questo festival, e poi parlandole le ho detto: "Senti, con un'amica, lavoreremo sul tema dell'acqua".

Entrambe, Hélène ed io, abbiamo sempre detto che un giorno avremmo lavorato insieme, quando abbiamo parlato insieme, il tema è riemerso, e Hélène ha detto: "Sì, dobbiamo fare qualcosa sull'acqua!".

Penso che la cosa più forte per lei e per me, fosse incontrarsi sul palco, recitare insieme, e penso che su qualsiasi tema avremmo finito per farlo.

HELENE
 
Assolutamente, l'idea è venuta proprio da Patricia.

Il tema è  magnifico, certo ho detto subito di sì.

Abbiamo iniziato ad esplorare insieme.
 
Patricia e io abbiamo il gusto per le parole, lei ha un approccio molto impegnato che mi è piaciuto.

Ho collaborato spesso con diversi artisti dell'Africa occidentale, anche del Messico, in Europa: mi piace sposare persone, mi piace creare squadre.

Patricia ed io ci siamo conosciute quando avevamo 25 anni, abbiamo ciascuna una figlia che ha più o meno la stessa età, ci siamo incontrate ad un incontro internazionale organizzato dalla CITF, che è la Commissione Internazionale dei Teatri Francofoni, un'organizzazione che esiste da anni, che consente collaborazioni e coproduzioni internazionali, dove è necessario essere tre strutture o partner di paesi francofoni di diversi continenti.
 
Quindi siamo state in grado di riunire le persone ed è grazie a questa organizzazione ora che stiamo portando avanti questo progetto.

PATRICIA
 
Ci siamo permesse di fare alcune residenze grazie alla CITF, fasi di ricerca in cui abbiamo esplorato diverse strade, prima sul palco, esplorando tante strade con molti oggetti, contenitori per l'acqua, tubi, annaffiatoi, qualsiasi cosa potesse contenere l'acqua.

Quando siamo sul palco siamo davvero propositive, ci ascoltiamo, sentiamo che può andare bene tra di noi.

All'inizio non volevamo parlare, volevamo poche parole, per mostrare più situazioni, sentimenti, ma dovevamo comunque parlare di questo elemento che è presente su tutta la terra dalla notte dei tempi.

Dovevamo parlare di acqua, non potevamo semplicemente fare delle azioni, così abbiamo iniziato a scrivere, e poi è arrivato il Covid.

La prima residenza di esplorazione è stata a Roma, nella chiesa del paese di mio marito, a Santa Marinella, dove ho già creato due spettacoli in una chiesa che ha una magnifica stanza, interrata, chiusa ma fresca e veramente silenziosa.

Così abbiamo fatto la nostra prima tappa di due settimane lì, esplorando, poi siamo andate al mare con i nostri secchielli e tutti ci guardavano, siamo rimaste in un angolo, abbiamo fatto le nostre esplorazioni, abbiamo cercato di costruire un pozzo, ricordi Hélène, con il mare, la sabbia del mare, la gente ci guardava: “Ma che ci fanno queste due grandi persone che vengono a giocare con la sabbia…?”, e la gente veniva a guardarcire ci diceva: “Ma che fate, che state facendo?".

E io dicevo: “Siamo due artiste, stiamo facendo un lavoro sperimentale con l'acqua…”, e: “Ah! Molto interessante!”, ti ricordi, Hélène…?

Siamo tornate nella nostra stanza, sotto la chiesa, e poi abbiamo iniziato a scrivere.

Bisogna sapere che questo è un processo che ho praticato solo una volta, in tutti questi anni di carriera, è stata la seconda volta che ho iniziato a scrivere qualcosa prima di crearla, a scrivere la storia e poi a creare, è un approccio che non ho, che non padroneggio molto, parto sempre da un'idea e improvviso sul palco, scrivo piuttosto un copione di scena, prima di metterlo su carta, e comunque abbiamo scelto di adottare questo approccio alla scrittura.

HÉLÈNE
 
All'inizio abbiamo esplorato molto, poi ci è venuta voglia di dare voce agli elementi, abbastanza velocemente è arrivato il titolo Parole d'eau, ma è stato proprio il Covid a metterci in situazione: non potevamo più improvvisare insieme.

Ho un'amica, Jennifer Tremblay, che aveva degli esercizi di scrittura, ho detto: "Mandaceli, vedremo se questo aiuta", e lì, per ore, per giorni, ci siamo incontrate con le nostre cinque ore di fuso orario diverso, ci siamo date degli esercizi, parlavamo un pò, poi chiudevamo Zoom, scrivevamo per mezz'ora, poi tornavamo, ci leggevamo: abbiamo fatto parlare il mare, l'acqua dei pozzi, abbiamo scritto, scritto, scritto, se dovessimo pubblicare tutto quello che abbiamo scritto, sarebbe un romanzo…! 

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Foto di Hélène Ducharme, Patricia ed Hélène durante una residenza di scrittura.

PATRICIA

È un lavoro molto laborioso, scrivevamo su ritagli di carta pezzi di scene, poi dovevamo mettere insieme tutto, prendere i fogli, prendere le storie che si avvicinavano, siamo passate attraverso le favole, le leggende, i miti con l'acqua, abbiamo iniziato a scrivere della dea dell'acqua, Walangane, avevamo una quarantina di pagine, e poi, alla fine, abbiamo dovuto fare delle scelte di tutto questo.

Man mano che andavamo avanti abbiamo cominciato ad abbandonare le leggende per avvicinarci verso noi stesse, ai nostri ricordi d'infanzia, a ciò che sta accadendo, a ciò che vogliamo dire, difendere, come potrebbero parlare gli elementi, se potessero parlare.

Così abbiamo conservato le parole degli elementi, dell'acqua, della terra, del mare.

HELENE
 
Le nostre esperienze di vita opposte hanno una forza drammaturgica.

Dare voce all'acqua in generale, a tutte le forme di acqua: l'acqua sporca, la goccia d'acqua, la nascita dell'acqua, il mare colmo del continente di plastica: è un universo!
 
Avremo potuto continuare all’infinito.

PATRICIA

 

La forma viene naturalmente, se sei in Senegal e lavori intorno all'acqua, la vita di tutti i giorni prende il sopravvento, usiamo elementi di tutti i giorni.

Come far incontrare sul palco i nostri due mondi, da una parte il ghiaccio, il freddo, l'acqua pura e dall'altra la mancanza d'acqua, i contenitori, la bacinella.

E poi entrare nei nostri ricordi dell'acqua: ho tanti ricordi di pioggia, di torrenti d'acqua che cadono improvvisi, in casa manca sì l'acqua, ma quando piove sono raffiche d'acqua che cadono sulla casa, e io, da bambina, mi mettevo dentro ai contenitori, seguivo la corrente dell’acqua.

HELENE

 

Il parallelo era facile da tracciare: con le bufere di neve che abbiamo qui, la quantità di neve che cade, noi che ci rifugiamo, facciamo gallerie, ci nascondiamo, la neve che sale, è davvero interessante.

Vogliamo che lo spettacolo sia adatto tanto per i bambini dell'Africa occidentale quanto per i bambini del Canada; sono mondi diversi, c'è tutta la differenza nel mondo della neve, del freddo, ma c'è anche una comprensione visiva per i bambini che entrano in contatto con queste cose nuove, è la stessa cosa qui, quando lo faremo in Canada.

L'intera percezione che le persone hanno dell'Africa, è interessante rimetterla in discussione.

 

Per un bambino in Senegal, qual è la realtà? Siamo abituati troppo ad immagini che cadono rapidamente negli stereotipi.

PATRICIA
 
Per noi era importante che ci fosse questo equilibrio, la parola di queste due donne è importante per ciò che permette di trovare: quale legame c'è tra i nostri mondi, come prendere coscienza del bene comune, come i bambini capiranno storia, che sia qui o là, senza dare lezioni, ma mettendo in discussione il nostro comportamento, su questo mondo, vedere quanto siamo vicini, vedere che siamo così vulnerabili, tutti noi, ovunque siamo, e che attraverso questi temi il bambino dal Senegal che guarda questo spettacolo nel suo villaggio, può rendersi conto che siamo davvero tutti sullo stesso pianeta, che abbiamo gli stessi bisogni, le stesse paure, paura della mancanza d'acqua da una parte, paura che l'acqua strappi via le case da un'altra parte, e che tutti abbiamo questo DNA che condividiamo, degli esseri umani sulla terra, e che è molto bello, è un'avventura.

Siamo molto coinvolte, siamo felici di poter dare vita a tutto questo. 

All'inizio ci siamo chieste: ci saranno marionette o ci saranno oggetti?

E più raccontavamo, più procedevamo nei nostri ricordi, più avevamo questo desiderio.
 
Ci siamo dette: "Se parliamo di noi di quando eravamo piccole, sarebbe davvero bello se avessimo le nostre due marionette di noi due da piccole", quindi abbiamo due marionette che sono le uniche marionette umanoidi dello spettacolo, che rappresentano Hélène bambina e me bambina, nella nostra vita quotidiana.

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Patricia ed Hélène durante una residenza per Paroles d'eau.

HELENE
 
È interessante sviluppare marionette umanoidi, solleva domande.

Trovo importante dire che nel processo c'era una costruttrice, qui in Canada, che ha fatto delle piccole teste dicendo: "Ecco un prototipo, l'ho fatto neutro…".

Poi Patricia: "Non è neutro! La faccia non è neutra, è europea, è americana, quella faccia non è africana...".

Sono cose che diamo per scontate, come se questo essere lì fosse qualcosa di neutro, e non è vero.

È la stessa base del nostro approccio tra me e Patricia: ridefiniamo il neutro, ridefiniamo ciò che riteniamo essere una base neutra e mettiamo in discussione tutto questo.

Anche se avevo già lavorato con altri creatori in Africa occidentale, improvvisamente è apparso evidente che era necessario rimetterci a livello con questo.

All'inizio abbiamo fatto molte ricerche a livello di oggetti, è rimasto l'approccio di usare bacinelle che si trasformano: tutte le bacinelle che vediamo ogni giorno al mercato per trasportare l'acqua, per trasportare cose, si trasformano, diventano una grotta, diventano un fiume, diventano un tubo, dentro ci sono altre marionette, altre scenografie, il pozzo, come il pozzo diventa un grande volto...

PATRICIA
 
…Come l'acqua esce dal pozzo, come può parlare…

C'è una scena che amo molto nel nostro spettacolo.
 
Nella storia, partiamo dalla difficoltà di scavare un pozzo, cosa devi scavare per fare un pozzo!
 
C’è bisogno di risorse e di uomini, dobbiamo essere sicuri che troveremo l'acqua, e da lì abbiamo creato la storia del pozzo e dell'acqua che esce da questo pozzo.

HELENE

È il matrimonio tra il pozzo e l'acqua…

PATRICIA

Sono cose così, personaggi così, che arricchiscono lo spettacolo e danno forza agli elementi.

HÉLÈNE

Ci siamo chieste molto, Patricia ed io, se avremmo messo dell'acqua vera sul palco.

Poi ad un certo momento ci siamo dette: forse in certi momenti precisi, forse in un rito, o quando la beviamo, o quando si trasforma e diventa acqua potabile, ma, dal punto di vista marionettistico, cerchiamo piuttosto tutte le forme che l'acqua può assumere...

PATRICIA
 
Come rappresentare l'acqua? Con quale supporto, quali materiali? In questo spettacolo è l'elemento principale.

Per me era importante che non avremmo sprecato acqua, fare uno spettacolo sull'acqua e all'improvviso gettare acqua dappertutto, sprecandola…
 
Mi avrebbe scioccato prendere questa direzione. 

Abbiamo cercato di trovare come parlare di acqua, come rappresentare l'acqua senza avere acqua, e così siamo andate alla ricerca di trame di tessuto, per poter giocare con l'acqua senza dover versare acqua.
 
L'acqua è  presente solo nei rituali. 

Penso che ci siamo date una sfida, non abbiamo cercato la via facile, perché avremmo potuto giocare sull'acqua, perché il suono è così bello, è vero...
 
Siamo nell’acqua, ma anche nel rispetto, nel condividere, nel gioco, nel rispetto di questo elemento.

Nel nostro spettacolo finiamo così: ci chiediamo cosa possiamo cambiare, se fossimo maghi, cosa faremmo?
 
Al pubblico viene chiesto, dopo tutto quello che ha visto, se fossi un mago, cosa cambieresti?
 
Per me c'è questa questione del bene comune, penso che noi esseri umani, affinché il mondo sia migliore, dobbiamo renderci conto che non viviamo in più continenti, che condividiamo tutti insieme la terra, e che c'è questo squilibrio perché da una parte c'è troppa abbondanza, dall'altra pochissima, questo fatto è da rimettere in discussione, la politica dei politici che basa tutto sull'economia, sul potere: bisogna rimettere in discussione tutto ciò, tornare a noi stessi, tornare all’essere umano, ovunque siamo, e renderci conto che tutti abbiamo bisogno l'uno dell'altro.
 
Se io ho qualcosa non è per me, se ce l'ho è perché ci sono gli altri, non posso avere tutto io. 

Ad esempio, mi rendo conto che con il Covid, ci sono paesi potenti che creano vaccini e vietano ad altri paesi di fare la stessa cosa, dicendo: "No, questo vaccino non va bene, è il nostro che va bene… Ma il nostro, noi non lo condividiamo con te".

Dobbiamo davvero rimettere in discussione il potere, attraverso tutto ciò che abbiamo sulla terra.

HELENE
 
Penso che l'equilibrio sia importante.

In Nord America, probabilmente anche in Europa, abbiamo in molti la percezione che aiuteremo l'Africa, faremo qualcosa per loro, c'è una specie di miserabilismo: i poveri piccoli africani...

Oso nominare questa cosa perché è un idea che persiste.

Nello spettacolo vogliamo riportare un equilibrio: c'è molto da guadagnare, da condividere, da capire, per dare forza all'azione, per riconoscere l'autonomia, che è una forza in sé.

È importante interrogarsi su questo con i bambini, non è vero che sono poveri di risorse umane, hanno tutta la forza, tutta la capacità, tutta la fantasia, tutta la capacità di attuazione.

Se parliamo di acqua, l'acqua è uguale e ne abbiamo bisogno tutti allo stesso modo.

Siamo in grado di ripensare il nostro rapporto con l'acqua, il nostro rapporto con gli elementi, il nostro rapporto con l'ambiente, per dire a noi stessi: "Cos'è questo grande mondo?".

Rimettere in discussione questa globalizzazione qui, invece di dire che al Nord ci sono paesi che stanno bene e al Sud paesi che non stanno andando bene... 

È davvero interessante rimettere in discussione queste cose con i bambini e dare loro una voce.

All'inizio dello spettacolo diamo un bicchiere d'acqua ad alcuni spettatori, offriamo l'acqua per dire che è qualcosa che condividiamo.

Poi ne parliamo alla fine: "Cosa possiamo fare insieme?".

Penso che questo farà emergere tutti i tipi diversi di punti di vista, discussioni, cambiamenti, quindi lo spettacolo si evolverà sicuramente anche con questi scambi.

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Paroles d'eau, prototipo di marionetta

LINKOGRAFIA ESSENZIALE DI PATRICIA GOMIS ED HELENE DUCHARME