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ANIMATAZINE

MARIA SPAZZI

Maria Spazzi consegue la laurea in scenografia nel 1995 all'Accademia di Belle Arti di Brera di Milano.

Lavora come scenografa dal 1995 firmando l’allestimento di spettacoli di prosa e lirica per numerose realtà teatrali (fra cui Piccolo Teatro di Milano, Teatro La Fenice di Venezia, Grand Théâtre de Genève, Macerata Opera Festival, Rof, Landestheater di Salisburgo e teatri stabili e privati nazionali).
 
Collabora principalmente con la regista Serena Sinigaglia in uno stretto sodalizio artistico.

Nel 1996 partecipa alla fondazione della compagnia teatrale Atir, che dal 2007 al 2017 ha gestito il Teatro Ringhiera di Milano.
 
Conduce da anni seminari di scenografia presso la Scuola Universitaria Professionale della Svizzera Italiana di Mendrisio.
 
Nel 2017 ha vinto il Premio Hystrio Altre Muse.

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Alcuni oggetti fotografati nel laboratorio di Maria Spazzi - Milano 2023

COSA RAPPRESENTA PER TE L'ELEMENTO TERRA E QUALI PENSIERI, IMMAGINI, EMOZIONI E RICORDI SUSCITA IN TE?

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La prima risposta è niente. Perché probabilmente è una cosa così vicina a me che non la vedo, come le ciglia degli occhi. Ogni tanto vediamo le ciglia, però poi non ci pensiamo più.

Ma vi ringrazio della domanda, perché così ci ho pensato.

Dov'è la terra? La uso? Mi riguarda?

In un attimo sono affiorate tantissime risposte. Io credo che mi convenga raccontarvi quelle risposte che provengono dai ricordi più che dai concetti o dalle elaborazioni.

Un ricordo è contenuto in un recente messaggio che ho mandato ad una carissima amica. Ho realizzato un sogno della mia vita e da poco ho un orto. Quest'amica mi ha chiesto: “Ma perché vuoi l'orto?"

Ci ho pensato e dopo due giorni mi è uscita una risposta che vi leggo così com'è, senza ulteriori commenti: “Stanotte non ho voglia di dormire. Ho già voglia di svegliarmi domattina e fare tutte le cose, anche se non mi basterà il giorno e andrò a dormire ancora in ritardo su tutto. Ma mi ronza in testa la tua domanda, perché vuoi un orto? Per mettere le mani a fondo in tutto questo turbinio interiore, mani nella terra, senza sconti, senza riduzioni, senza buon senso, senza sensatezze pallide. Spazio e tempo di libertà, per impastare al sole, senza committenza, senza funzioni. Solo godere dei sensi, del tatto, dei raggi del pianeta. Anima sminuzzata nei lombrichi, colori e materiali primordiali. Dipingere e scolpire al grado zero. Un colorificio, prima di essere raffinato, e auto rigenerantesi. Tinte mille verdi semoventi di vita propria, ma che si possono interferire.”

Considerate che era notte fonda, quindi un po' straparlavo. Il giorno dopo ancora:

Voglio un orto, ma perché? Ancora ci penso. Perché voglio uno spazio di libertà assoluta. Solo terra, sole, natura, persone. Voglio un luogo per officiare spontanei riti di rigenerazione, travestiti da orticoltura e affini. Necessi-ti-amo di un luogo sciamanico per poter svolgere la nostra naturale funzione di cui questo sistema sociale ci deruba svilendoci.”

Questa è una risposta personale, per cui molto intima, da essere umano.

Il primissimo ricordo che ho della terra risale a quando ero bambina e andavamo a giocare fuori. Era inverno, faceva veramente freddo e non so perché uscivamo con i calzoncini corti. Non lo so, negli anni ‘70 si facevano queste cose. I bambini sciamavano per i giardinetti, che poi era un campo, perché abitavo in periferia dove non avevi un confine netto della città da nessuna parte.

Io giocavo spesso da sola, anche se intorno c'erano tanti bambini; mi sentivo libera di fare quello che volevo, era una solitudine bellissima. Giocavo nella terra, mi mettevo con le ginocchia rosa nella terra che era fango. E scavavo, ogni tanto trovavo i lombrichi. Giocavo tantissimo coi lombrichi che erano rosa nella terra.

E quando ho ripescato questo ricordo, mi è tornata in mente la tenerezza infinita per i lombrichi e per la terra. Un sentimento delicatissimo per un elemento immenso, forte.

Questo è il primissimo ricordo, questo è sicuramente l'inizio.

Questo ricordo è poi tornato un giorno, quando Patrizio dall’Argine mi ha raccontato di avere un animale guida; io non sapevo cosa fossero gli animali guida e lì per la prima volta mi sono domandata: “Ma qual è il mio animale guida?”.

E subito mi è venuta questa risposta: “Il lombrico!”

Il lombrico è un animale che rigenera la terra, ossigena, crea aria e spazio: sì, sì lombrico tutta la vita!

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@Maria Spazzi - Buon giorno nuovo - Immagine dal profilo FB 2023

DOVE RINTRACCI LA PRESENZA DELL’ELEMENTO TERRA NELLA RICERCA SCENOGRAFICA CHE HAI CONDOTTO NEL TEMPO?


Ho fatto una selezione di alcuni spettacoli che potrebbero più di altri essere interessanti per il discorso Terra.

Partiamo da Romeo e Giulietta.
 
É uno spettacolo con una scenografia che si regge sulle corde: le corde sono appese per tensione e segnalano la resistenza della terra. Grazie alla resistenza della terra possiamo creare tensione, esattamente come le corde di una chitarra, cioè un oggetto solido che crea una tensione e da lì esce il suono.
 
La tensione ci consente di danzare, di suonare.
 
Per questo a volte non vedo la terra, perché vedo le corde, vedo la danza. Senza la terra, senza la resistenza io sento di non poter fare niente.
 
È tutto molto legato al corpo, al movimento fisico, alla forza dei nervi: credo che la terra sia come un corpo.
 
Una forza che ti consente lo slancio, ti consente la gioia, sostanzialmente.

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@Maria Spazzi - Romeo e Giulietta - di William Shakespeare Regia di Serena Sinigaglia - ATIR 1996

Poi c’è Come un cammello in una grondaia, dove uso proprio della terra.

Eravamo ragazzine qua, avevamo 25 anni, sono proprio le primissime cose che facevamo. Forse per questo sono interessanti.

Lo spettacolo è a scena vuota, gli attori leggono le ultime lettere dei partigiani condannati a morte.

Le lettere sono fogli di carta velina. La scena finale è una scena visiva in cui gli attori prendono le lettere, le posano a terra, le ricoprono con della terra e mettono una croce esilissima su queste lettere: fine. Una sepoltura.

Il processo di creazione, a quei tempi era molto bello, libero. Io facevo parte di ATIR, che è tutt’ora la mia compagnia. Avevamo avuto una residenza ad Asti per fare questo spettacolo.

Fuori dal teatro c'era solo terra, c'era tutto quello che mi interessava; mi è venuto quindi naturale andare a prendere la terra, metterla lì nella scena e collaborare con questo materiale al ragionamento del lavoro delle prove.

E poi c'erano degli stecchini di legno. Tutto qui.

Questa semplicità di intervento secondo me è un linguaggio giusto, perché in teatro ci sono talmente tante cose: le parole, gli attori, il tempo, la musica, gli spettatori.

Basta pochissimo, esserci pochissimo.

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@Maria Spazzi - Come un cammello in una grondaia - Regia di Serena Sinigaglia - Teatro Franco Parenti di Milano - ATIR  1998

Poi scorro a Troiane. Di questo spettacolo ricordo soprattutto una battuta: “Troia era un respiro di civiltà”.

In questo caso lavoravamo nello studio Melato, anche se allora non era ancora lo studio Melato. C'erano un pavimento e un fondale dipinti di terra e poi delle valigie, con dentro l'unico pezzo di terra che le donne si portavano via, in appoggio a questa unica battuta che ti allarga il cuore: “Troia era un respiro di civiltà.” Per il resto è guerra, sopraffazione e violenza.

Il contraltare di questi elementi erano dei bidoni di petrolio che raccontano le ragioni per cui facciamo le guerre, cioè il furto: vogliamo rubare la ricchezza della terra. Andare sottoterra e fare una violenza così forte che avvelena tutto il pianeta. Quindi il finale è l’incendio di Troia.

Il petrolio torna spesso tra i materiali che uso.

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@Maria Spazzi - Troiane - Di Euripide - Regia di Serena Sinigaglia - ATIR 2004

Poi andiamo alle Donne in Parlamento. E a questo che era un palcoscenico realizzato con tanti tavoli da cucina.
 
La parte che mi interessava era quella sotto i tavoli, perché gli attori arrivavano da lì: l’assemblaggio dei tavoli era un modo per costruire un sottopalco. In questo caso, la forza del tavolo era l’elemento di resistenza.
 
I tavoli erano ricoperti di bronzo perché il bronzo risuona, porta calore, energia, è un elemento femminile, sicuramente un tema della terra, come il rame, il cui elemento chimico è CU che è Cipride: Cipride è la donna di Cipro, che è Venere.* Il rame è femminile. Energico, risonante, caldo. Con una violenza calda.
 
I materiali portano tanti misteri che mi risuonano, non saprei spiegare perché.
 
Nel finale, sui tavoli veniva riversato miele, vino, cibo, frutta, che grondavano e scolavano a terra, inondando tutto.
 
La terra è un amalgama che si può scolpire,  consentendo di avere cose in scale diverse: da un cassetto di legno esce una forchetta ma il piano del tavolo ricoperto di sabbia diventa una pianura, un paesaggio, basta che l’attore sdraiato sopra ne accarezzi la sabbia come in spiaggia.

*In epoca antica la maggior parte del rame era estratta dall'isola di Cipro, aes Cyprium, "rame o bronzo di Cipro" (n.d.r)

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@Maria Spazzi -  Bozzetto per Donne in Parlamento - di Aristofane - Regia di Serena Sinigaglia - Piccolo Teatro di Milano - Teatro Studio

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@Maria Spazzi - Donne in Parlamento - di Aristofane - Regia di Serena Sinigaglia - Piccolo Teatro di Milano - Teatro Studio

Ecco Nozze di sangue. Un testo da Lorca, riscritto in sardo e recitato da attori che conoscono la lingua sarda.

Una pedana fortemente inclinata, curva, storta, con sedie che hanno i piedi fatti di rami che diventano radici. La scena di sangue è fatta con mosto lanciato.

Le sedie sono come pedine di una scacchiera, la quale rappresenta il patio spagnolo-sardo, dove tutto è sotto gli occhi di tutti e dove si gioca una partita di sangue.

Il fatto interessante che riporto a casa di questo esperimento è la scacchiera.

Nasce dalla collaborazione con Serena Senigallia, che è la regista con cui lavoro da sempre.
Lei a un certo punto mi ha detto, togli, devi fare meno: mi ha sempre aiutato a togliere, ha sempre incoraggiato la parte essenziale, la parte sintetica.

Uno scenografo a volte pensa che deve fare cose soddisfacenti per gli altri, fare quel che si deve, quel che dovrebbe essere bello. Non è facile liberarsi da questo sguardo.

E devo dire che in lei ho trovato una grande alleata. Rivoluzionaria. Lei aizza le persone ad andare al nocciolo di sé.

Quindi, di questo lavoro, mi porto a casa lo schema del gioco, cioè l’idea che una scenografia può essere una scacchiera con delle regole del gioco, anche solo accennate, non bisogna seguirle poi per davvero.

Non c'è molto da aggiungere. Perché poi il resto, lo fanno gli attori. Anche in questo caso la scena oppone resistenza a quello che possono fare loro.

All'inizio, ovviamente, con una formazione classica, accademica, pensi allo spazio come un’entità avulsa, a sé.

Ma oggi, dopo più di cento scenografie realizzate, non posso più immaginare una scenografia senza pensare a cosa facciano gli attori.

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@Maria Spazzi - Nozze di sangue - Federico García Lorca - Regia di Serena Sinigaglia - Teatro Stabile di Sardegna e ATIR 2010

Ecco Tosca, alla Fenice. È un dialogo tra il legno del palcoscenico e la terra che emerge.

Sapete che Venezia è costruita su questo fango su cui si appoggia tutto, un fango grigio, argenteo che fa fossilizzare il legno.

Il palcoscenico è composto da una crepa iniziale da cui via via emerge la terra, ossia l'eversione del personaggio di Tosca: nel finale sul galleggio l’ultimo brandello di palcoscenico che diventa la famosa zattera, il Naviglio su cui lei e il suo amato favoleggiano di scappare felici.

Gli arredi dell'attrezzeria garantiscono la storicità. Succede tutto quello che deve succedere in Tosca, c'è anche il suo sofà tradizionalissimo.

L'unica cosa che scardina l’impianto è l'utilizzo dell'ambientazione, del paesaggio: una voragine si apre in un movimento lento, progressivo, attraverso cambi scena, a vista oppure in buio, secondo il metodo tradizionale, con i macchinisti che portavano via dei moduli.

La voragine così si spaccava e apriva sempre più.

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@Maria Spazzi - Tosca - Musica di Giacomo Puccini - Regia di Serena Sinigaglia - Teatro La Fenice di Venezia 2014

6 Bianca, che abbiamo allestito allo Stabile di Torino, sono sei episodi dove la scenografia comincia in un modo finisce in un altro.

È la storia di operai che sono stati lasciati morire in un incendio perché non è stata aperta una porta per farli uscire. Si tratta di un caso di assassinio che è stato insabbiato.

Iniziamo quindi con il capannone della fabbrica abbandonata anni dopo l'incendio, con i segni evidenti della bruciatura, con tantissimi elementi fortemente materici, terrosi, piena di detriti e rampicanti.

La fabbrica viene restaurata e trasformata in una Fondazione: un gesto totalmente ipocrita.

Noi vediamo un episodio dopo l’altro tutti i passaggi verso la ristrutturazione.

Però resta sempre quella porta, e un fantasma, quello della figlia del ricco principale (il primo responsabile della strage), che si suicida perché inizia a sospettare la verità e non accetta di far parte di quell’ipocrisia.

La scenografia si muove come un paesaggio, gli attori però agiscono come se fossero in ufficio, come se fossero in ambienti normali.

La scenografia in questo modo diventa fortemente emotiva.

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@Maria Spazzi - 6 Bianca - Di Stephen Amidon, regia Serena Sinigaglia - Teatro Stabile di Torino 2015

Con Utoya, si introduce un tema più recente nella mia sensibilità, che è nostalgia della natura, del mondo libero, del mondo selvatico.

È la storia della strage dei ragazzini sull'isola di Utoya, un'isola ricoperta di abeti rossi.

Questi ciocchi strappati, stroncati, raccontano la violenza che è stata fatta su quelle persone, che volutamente sono state strappate alla vita.

La materia può porre resistenza, ti può aiutare a raccontare cose indicibili come la violenza, perché puoi fare violenza sulla materia, puoi usarla per raccontare anche cose inguardabili.

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@Maria Spazzi - Utoya - di Edoardo Erba - Regia Serena Sinigaglia - con Arianna Scommegna e Mattia Fabris - Teatro Metastasio di Prato  2015

Tre alberghi.  È la storia di un imprenditore che preferisce far morire di fame un continente intero pur di poter vendere il suo latte in polvere. Poi va in rovina, giustamente.

La scenografia rappresenta un magazzino di latte in polvere. La meccanica della scena, attraverso dei contrappesi, permette di far salire dei barattoli che per la gravità, rilasciano il latte in polvere.

La cosa fondamentale che raccontano è la perdita, il lasciare andare quello che era il tuo possesso: è come un piangere.
 

La cosa fondamentale che raccontano è la perdita, il lasciare andare quello che era il tuo possesso: è come un piangere. Quel che ne resta è l’evocazione del deserto del Messico dove è effettivamente ambientato il secondo atto.

Cerco sempre di cogliere la ragione emotiva del luogo realistico indicato nel testo. Questa vicenda, per esempio, parte da un magazzino e arriva a un deserto. Mi interessa notare il movimento drammaturgico che trasforma uno spazio in un altro e provare a restituirlo scenograficamente. In questa dinamica il cambio scena è spesso determinante e diventa, come in questo caso, il fulcro dell’impianto spaziale.

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@Maria Spazzi - Tre alberghi - Di J.R.Baitz - Regia Serena Sinigaglia - Teatro Stabile Friuli Venezia Giulia, Teatro Rossetti, Trieste 2017

Poi c'è Macbeth.

Ho fatto 80 modellini prima di trovare quello finale, che poi era il primo che ho fatto. È un testo immenso di Shakespeare. Mi ha nutrito molto, ma anche devastato.

Qui la scena è un buco: inizia tutto col calderone, con le streghe che dicono “qui accadrà qualcosa”, quindi fanno un segno nella terra. Il buco in scena all'inizio è coperto di sabbia. Il lavoro complesso è stato capire cosa ci fosse intorno a quel buco.

È stata una guerra dei centimetri. è stata realizzata una pedana inclinata nera con un corridoio intorno. Shakespeare è micidiale, si vede che scriveva per un teatro con una forma precisa; quindi, sei sempre costretto a costruire qualcosa, per permettere agli attori di entrare in scena.

In questo caso è stato necessario fare questo cordolo intorno al buco, che dava però ulteriore risalto allo spazio sfumato di nero. Un corridoio che affaccia su una piana bianca liscia, di sabbia di quarzo finissima.

Si parte da un palcoscenico in piano che poi, al centro, diventa una voragine bestiale. Da qua sotto esce il fantasma di Banco. Da lì viene fuori il trono di pietra su cui Macbeth si vuole sedere, la pietra che rappresenta il potere, l'avidità.

La terra è oggetto di avidità, amore, attrazione, gravità: la pietra è il mio trono e io ti ammazzo perché voglio quella pietra!

Nel finale, il fondale viene in avanti e copre tutto, mentre avanza i macchinisti da dietro lo bagnavano in mezzo, ed ecco che si creava la famosa macchia di Lady Macbeth.

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@Maria Spazzi - Macbeth - Di William Shakespeare - Regia di Serena Sinigaglia - Produzione Teatro Stabile di Bolzano 2018

Ghiaccio è storia di un assassinio. Una bambina seviziata e assassinata e sepolta sottoterra in un capanno di lamiere di plastica.

Lo spettacolo si apre con la madre che pota il suo pesco in inverno.

Vediamo il pesco che si interseca spazialmente nel capanno, lì dove sua figlia viene uccisa contemporaneamente. La cosa particolare di questo testo è che la madre perdonerà l'assassino, ed è un assassino di un'efferatezza inammissibile: ha un'evoluzione veramente speciale, l’unica che puoi fare per sopravvivere, perché altrimenti sei condannata a impazzire.

Questo è il modellino della scena: l'albero attraversa le tre dimensioni della follia, tre casupole, una dentro l'altra.

Perché queste casupole? Tutto nasce dal fatto che alla madre verrà consegnata la testa della bambina. La madre decide di accettare tutto. Quando va in obitorio dice: “Fatemi vedere le ossa di mia figlia”. Gliele danno in una scatola; questa scatola nella mia testa è il punto di svolta: è il vuoto.

Le tre casupole sono la moltiplicazione di questo spazio vuoto: la madre attraversa questi spazi del vuoto, della follia, del dolore.

Non funzionava niente fino a che non ho capito che dovevo fare un pavimento terroso: la terra abbraccia tutto quanto.

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@Maria Spazzi - Ghiaccio - Di Bryony Lavery - Regia di Filippo Dini - Produzione Teatro Stabile di Torino 2022

Arriviamo a Supplici: qui tutto è terra, assenza d'acqua e terra secca.

Gli attori si vestono di pezzi di terra tirati fuori da un reperto come se fosse l'ultimo pezzo di mondo: è rimasto solo terra e fuoco. E petrolio.

Le donne raccontano di quando la terra c'era ancora, sono portatrici di un  lutto estremo.

Supplici è un testo che mi ha proprio ferito, è troppo doloroso.

A volte riesco a fare un'estensione delle scenografie che progetto, facendo delle mostra che sono degli approfondimenti materici attraverso dei dipinti. Per questa mostra su Supplici, ho usato la catramina, su cui ho abbinato i pezzi per me salienti della drammaturgia. Parlano della sconfitta, cioè l'unica cosa che puoi fare. 

Da uno di questi studi abbiamo tratto la locandina dello spettacolo.

Esiste un testo di Cioran, che dice che puoi imparare soltanto a perdere, a cedere, a lasciare che le cose vadano via.

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@Maria Spazzi - Supplici - Di Euripide - Regia di Serena Sinigaglia - Produzione ATIR - Premio della Critica 2022 - 2022

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@Maria Spazzi - Locandina per Supplici -  Dipinto in catramina dalla mostra "Materie - Mostra per Supplici" - A cura di Maria Spazzifoto di scena di S.Serrani - Dipinti di M.Spazzi - Presso Teatro Carcano - Produzione ATIR 2023

El nost Milan di Bertolazzi. L'anno scorso abbiamo fatto i poveri a Milano, quest’anno i ricchi a Milano.

Per il capitolo sulla povertà c'è un elemento molto semplice: la polvere, ovunque, sulle scene, sui costumi. La povertà è polvere.

Quest’anno trattiamo la ricchezza. Ho immaginato una gigantesca sfera, un luogo chiuso e inaccessibile che ruba spazio, che attrae, un grosso pianeta nero che si desidera possedere, toccare. Intorno a questa sfera enorme, come un grosso idolo nero, ci sono 160 persone sul palco.

Nero su nero. Nel finale una sacerdotessa avanza e la sfera la segue rotolando in avanti lentissima, svelando il lato nascosto, che è in oro: gli attori, anch'essi con le mani dipinte di oro, toccano la sfera. Un atto di avidità ma anche di amore: l’avidità è anche una cosa vitale.

Viene in mente l’immagine delle mani sulle caverne, una cosa primordiale.

Ecco, mi sembra che anche questa scenografia abbia a che fare con la Terra, perché in scena c’è addirittura un pianeta.

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@Maria Spazzi - El nost Milan - Parte prima e seconda del progetto triennale di arte partecipata, a cura di ATIR, ideazione e regia di Serena Sinigaglia, con 150 cittadini in scena e la partecipazione straordinaria di Lella Costa Produzione Atir e Teatro Carcano 2022-2023

PER CONCLUDERE, DOPO QUESTO ATTRAVERSAMENTO STRAORDINARIO DELLE TUE CREAZIONI, PUOI PARLARCI DI UNA PARTICOLARITÀ NEL TUO PROCESSO DI CREAZIONE, OSSIA L'USO DELLA PLASTILINA NELLA REALIZZAZIONE DEI MODELLINI SCENOGRAFICI?


Quando mi è venuto in mente che potevo schizzare in plastilina invece che in matita, che non ha la terza dimensione, si è sbloccato qualcosa in me.

È un modo di progettare più libero, più fisico anche, un po' come scolpire: se mi serve dipingo anche, ma usare la plastilina mi permette di inglobare anche altri materiali.

E' un modo per tenere vicina a me anche la parte costruttiva delle scene, un approccio più fisico, materico.

Infatti, normalmente la traduzione dal modellino ai materiali di scena avviene attraverso la realizzazione scenografica affidata ai laboratori di scenotecnica.

Ultimamente però, quando posso, sto ricominciando a costruire alcuni elementi delle scene. Sono molto felice di essermi riappropriata almeno in parte di questo aspetto.

L'aspetto fisico è centrale per me, poter dunque arrivare a progettare fino ad un certo punto, e poi finire la progettazione facendola io stessa mi permette di intervenire nel processo e anche di modificarla strada facendo: questo mi rende molto più felice, mi riconosco maggiormente in questo approccio in cui parto da un’idea, per poi viverla, farla.

Nel tempo ho sacrificato tutto un aspetto, a vantaggio degli attori. Siamo partiti prima dicendo: “Ma con gli attori, come ne viene a capo? Come pensare le scene per loro, con loro? ”.

Ecco, la verità è che volevo essere io a muovere le mie scene, io volevo toccarle ed animarle.

E quindi sono sempre stata un po’ orfana di una parte essenziale; invece realizzando le scene, già recupero un po’ me stessa, non so se abbastanza, ma almeno un po'.

Probabilmente è quello che voi marionettisti fate di più, perché so che il teatro di figura sconfina tantissimo: quello che costruisci poi lo muovi, gli dai vita.

Capisco e intuisco, ne so poco di questo mondo, ma è un'ottima occasione per cominciare a saperne di più, visto che ho la stessa tendenza: un bisogno di corpo che plasma ed anima la materia.

Sono ancora nuove frontiere da esplorare per l’ambito scenografico, eppure è chiaro che gli scenografi progettano con il corpo!

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Alcuni modellini scenografici in plastilina fotografati nel laboratorio di Maria Spazzi - Milano 2023

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