ELISE VIGNERON

ANIMATAZINE

ACQUA

Elise Vigneron è regista, marionettista, performer, direttrice artistica del Théâtre de l'Entrouvert.

Da molti anni, ha scelto il ghiaccio come materiale privilegiato, concreto e metaforico, per esplorare le molteplici soglie sensibili dell’essere al mondo.

Nel 2013 crea Impermanences, dando vita al suo primo esperimento intorno al ghiaccio.

Nel 2016 con lo spettacolo Anywhere approfondisce la ricerca sulla trasformazione dell'acqua, attraverso i passaggi di stato da solido a gassoso, mettendo in scena una marionetta a fili completamente costruita con il ghiaccio.

Nel 2019 crea Axis Mundi, una performance per marionettista e danzatrice break dance dove il ghiaccio entra a far parte del dispositivo scenico.

Nel 2021 crea Glace, un progetto all'incrocio tra arte e scienza che mette a confronto i punti di vista di una glaciologa e di una marionettista sulle rispettive pratiche basate sul ghiaccio.

Nel 2022 con Lands, un'installazione partecipativa, rappresenta una comunità umana, attraverso l'immagine di un coro fatto di piedi di ghiaccio.

Nella sua prossima creazione prevista per il 2023, metterà in scena Les Vagues di Virginia Woolf: qui il ghiaccio, con la sua trasformazione in acqua, ci mostra i legami sensibili ed organici tra l'uomo e la natura.

COSA RAPPRESENTA PER TE OGGI L'ACQUA?

Inizialmente per me il rapporto con l'acqua era qualcosa di molto personale, faceva parte della mia vita, della mia storia e ancora prima di me: un viaggio personale, molto intimo.

Amo l'acqua, fin da piccola facevo il bagno in acqua molto fredda, è un luogo di sogni ad occhi aperti.

Nel mio lavoro sono partita dal mio vissuto personale, dalle emozioni e anche dagli stati fisici: ho cercato come possono essere trasmessi allo spettatore.
 
A poco a poco vedo come i miei temi, legati alla vita e alla morte, all'animato e all'inanimato, riguardino in maniera inconscia anche altre persone: con l'acqua, se all'inizio si tratta di qualcosa di personale, presto diventa un senso universale, tutti possono appropriarsi dei temi. 


Abbiamo un legame molto forte con l'acqua: tutti gli esseri umani sono fatti di acqua, essa costituisce gran parte del nostro mondo.

Attualmente ci troviamo in una grande crisi identitaria a livello planetario: l'acqua è una materia che crea un legame tra le persone, tra l'umano, il vegetale, il minerale, il naturale.
 
Trovo che l'acqua animi l’umano: l'acqua ha una memoria e trasporta storie.

Sono molto interessata a Tarjei Vesaas, un autore norvegese che parla spesso di fiumi, come il fiume della vita, il fiume che fa il passaggio tra la vita e la morte: le metafore sono tante, in lui c’è tutto un simbolismo dell'acqua. Ne parla anche Bachelard.
 
Quando viene messa in scena, l'acqua risveglia memorie collettive e individuali, fa appello al nostro inconscio.

Les Vagues, la mia ultima creazione, è un modo per incontrare Virginia Woolf che ha avuto un rapporto acquatico con la sua scrittura e si è suicidata nell'acqua.

Si tratta di far conversare la sua storia, legata all'acqua, con la mia.

L'acqua è presente nella vita di molte persone, drammaticamente o meno: Maeterlinck aveva un fratello che è morto annegato.
 
L'acqua è vita e morte.
 
Il mio lavoro è incentrato sul tempo, in Les Vagues le figure di ghiaccio materializzano il tempo individuale e cosmico.

Ecco cos'è la memoria dell'acqua: l'acqua tesse il passato, poi nell'inconscio collettivo proiettiamo tutto ciò che la attraversa, tutto ciò che trasporta, e come in un grande diluvio, attraversiamo l'acqua come lei attraversa noi.
 
Nel mio assolo Traversées l'acqua era un elemento scenografico, uno specchio: all'inizio c'è una sfera d'acqua che scoppia, rappresenta la nascita, ma c'è anche un coltello sospeso nel vuoto, potrebbe essere collegato alla morte.

Quello che mi piace dell'acqua è questa ambivalenza: un'onda è vita, ma può anche essere uno tsunami, delle inondazioni.

A livello della costruzione plastica, questo contrasto apre a molte possibilità.
 
Quello che mi interessa è come la materia venga messa in scena in relazione alla ricezione che ne può avere lo spettatore: ci deve essere il giusto rapporto tra la materia e lo spettatore, per entrare in una ricezione come davanti a un'opera plastica, che non può essere vista a qualunque distanza.
 
Quando l'acqua viene messa in scena, in modo paesaggistico o animato, c'è immediatamente una sorta di linguaggio chiaro, empatico, un mondo poetico che si apre.

L'acqua risveglia sensazioni, cose poetiche, molto primitive, sepolte.

Può passare dallo stato liquido a quello solido a quello gassoso, ogni stato della materia può evocare paesaggi, ma anche evocare gli stati interiori dei personaggi o degli  spettatori.
 
Per me l'acqua è l'inconscio.

ELISE VIGNERON

Elise Vigneron - Anywhere, credit: Vincent Beaume

Il ghiaccio evoca altre cose rispetto all'acqua.

Con il ghiaccio è la trasformazione dell'acqua al centro della questione: il cambiamento di stato della materia è il momento in cui si verifica un'instabilità, in cui appare la necessità di un nuovo equilibrio.

É questo momento di fragilità, di ribaltamento che mi interessa: come la fragilità possa creare movimento ed esistenza, come la morte sia vettore di vita, come sia possibile avere una visione immediata che si traduce direttamente nel sensibile, senza bisogno di riflettere.
 
C'è una sorta di corrispondenza o adeguatezza tra ciò che è la materia e ciò che viviamo nell'esperienza sensoriale, ecco ciò che mi interessa.
 
Un blocco di ghiaccio che si sta sciogliendo, evoca in noi qualcosa di diverso che una semplice pozzanghera: lo scioglimento del ghiaccio è il nostro stesso discioglimento. 
 
Nello spettacolo Impermanences, scoprendo i testi di Tarjei Vesaas, ho sentito come lui, di fronte alla presenza della natura norvegese che è forte, molto bella ma anche molto potente e pericolosa, parli della natura come metafora della nostra esistenza, dove la fragilità è un vettore di trasformazione.

L'esistenza è colta in una relazione ciclica, naturale, vita-morte-vita, piuttosto che in nascita e morte.
 
É quello che volevo esprimere con il ghiaccio, ed è proprio nell'incontro con i testi di Tarjei Vesaas che si è rivelato questo rapporto metaforico con la materia.

In Anywhere, ho voluto esplorare ancora di più i diversi stati della materia come metafora della trasformazione di Edipo.
 
Lavorando su una materia ne esploriamo tutto il linguaggio: i riflessi, il nero, il liquido che scorre per terra, il vapore...

La pioggia è una soglia, i muri di pioggia sono passaggi...
 

Tutto ciò sono come dei linguaggi, delle tavolozze, dei colori con i quali creiamo una drammaturgia.
 
Nel lavoro con la materia c'è questa idea del cursore, abbiamo un'idea, ci diciamo: "Se spingo il cursore il più lontano possibile, cosa accadrà? Dalla goccia d'acqua, se mi spingo oltre, sono cascate incredibili…".
 
Non significa necessariamente che la goccia d'acqua avrà meno intensità del torrente.

Ho preso l'abitudine, quando lavoro con la materia, di pormi sempre la domanda: "Tra il minimo e il massimo, dove sono con il cursore?".
 
L'acqua può avere diversi rilievi, anche nella sua temperatura.
 
Tutto ciò richiede uno sforzo, sono stati che agiscono fisicamente sul corpo, si tratta di un vero e proprio confronto, non è come maneggiare una scatola di cartone.

Non è sempre facile fare quello che vuoi con l'acqua.

Il ghiaccio mette alla prova il corpo, quando hai freddo devi combattere contro il freddo, produce stati corporei che ti sostengono per essere il più vicino possibile alla sensazione senza dover recitare, ed è finalmente lì che accade tutto realmente.
 
Il ghiaccio crea una tensione in scena, perché c'è un lato difficile da padroneggiare, non puoi mai fare la stessa cosa, non sei mai al sicuro dall’imprevisto, o da qualcosa di veramente complicato da gestire; il corpo stesso è in tensione e così anche gli spettatori lo sono inconsciamente: anche se non si fa molto, si rappresenta molto.
 
In Anywhere, noi attori in scena siamo tesi per tutto lo spettacolo e così lo sono anche gli spettatori, perché accadono solo cose vere, quando qualcosa cade e si rompe, è davvero materia reale, niente è falso, non c'è niente di fittizio.
 
Penso che sia anche questo il potere della materia.

ELISE VIGNERON

Elise Vigneron - La ronde

Mi piace che il corpo sia coinvolto: nella creazione di Les Vagues ci sono corpi di ghiaccio a misura d'uomo, ce ne saranno cinque, con le onde, con l'acqua in tutto il suo splendore, nella danza.
 
Abbiamo sperimentato il ghiaccio tritato, che è come la neve: prima è bianchissimo, immacolato, poi cambia.

Il corpo entra in questo ghiaccio che diventa acqua, scivola, cade, dopo un po' i corpi diventano rossi per il freddo.

Tutto questo esprime già tante cose, non c'è niente da fare in più, da recitare, basta sentire, lasciarsi attraversare dalla materia, navigare interiormente per poi mettere in luce: è un movimento costante.
 
Mi sento sempre ispirata dall'acqua, penso che sia un elemento inesauribile, non vedo come si possa mettere la parola fine: ogni volta che scopri qualcosa di nuovo, sai che scoprirai ancora molte altre cose.
 
L’acqua e il ghiaccio sono instabili: partiamo da qualcosa che alla base è caotico e quando iniziamo a padroneggiarlo un po', si aprono nuovi modi per fare cose più complicate.
 
Quando lavori con una materia, le persone possono dire: "Lavori sempre sulla stessa cosa... Va bene, il ghiaccio, abbiamo capito!".
 
In effetti, gli artisti visivi sono fatti così: lavorano e lavorando trovano tante altre piste...

Per esempio: ho costruito una marionetta di ghiaccio, era alta 80 centimetri, ora voglio realizzarne altre alte 1m60 con il ghiaccio vuoto, e forse questo mi farà venire voglia di... Non so... Creare qualcosa d'altro...

Più vado avanti e più voglio scoprire, territori sconosciuti si aprono sempre di più, non ho assolutamente l’impressione di fare la stessa cosa, affatto.  
 
Mi sento come un operaio, uno che lavora con la materia, che lavora molto.


Mi posiziono davvero nel lavoro, nel fare, anche se ho persone che mi aiutano tantissimo e non sono sola.

Cerco di essere connessa il più possibile al sensibile ed è importante esserci anche nella costruzione della marionetta, anche se poi non sarò io a realizzarla, conosco i materiali, quando capitano errori li affronto, so che mi porteranno soluzioni per la prossima volta.
 
Quando prepariamo uno spettacolo, teniamo in conto tanti passaggi, ci vuole molto tempo per costruire una marionetta: questo lungo processo è come un rituale.

Un attore che arriva soltanto per manipolare una marionetta, non vedo come sia possibile: bisogna esserci nell'elaborazione, nella nascita della marionetta, nella difficoltà della costruzione, e poi nello smontaggio del tutto.

Per me il lavoro non si ferma durante lo spettacolo, è anche prima e dopo: sta in tutto questo rapporto laborioso con la materia, che porta a tante nuove idee per creare spettacoli successivi.

Sciogliendo una marionetta sotto l'acqua calda, un giorno mi sono detta: "Fantastico! L’acqua calda…!".

È una cosa che facciamo per sciogliere velocemente il ghiaccio, quando lo spettacolo è finito, o dopo una prova, ma è così che conosciamo la materia, un intero processo di scoperta e di idee possibili.
 
Con Maurine Montagnat, glaciologa, siamo state intervistate da una rivista che chiedeva a Maurine: "In quanto glaciologa, non si sente depressa?". 

Maurine, ha risposto: "L'incontro con Elise è già significativo di come mondi compartimentalizzati, scienza e arte, possano ritrovarsi."

Quando c'è interferenza, porosità tra le persone, tra i mondi, tra la natura e l'uomo, nell'incontro, sta già accadendo qualcosa che ci interroga sul mondo.

Siamo abituati a mettere scompartimenti per ogni cosa.

Ognuna di noi due ha imparato molte cose l'una dall'altra. Io ho imparato molto da lei.
 
Antropologi, glaciologi, artisti, hanno un dovere verso il mondo.

Siamo interessati agli stessi temi, ognuno con il proprio modo di esprimersi.

L'artista trasmette temi contemporanei.

In quanto marionettisti, le problematiche legate all'Antropocene, o la crisi attuale della sensibilità, sono temi che ci toccano, perché lavorando con la materia ci sentiamo legati all'idea di animazione e a una relazione sensibile con il mondo.
 
Il linguaggio della materia è molto contemporaneo.

 

ELISE VIGNERON

Elise Vigneron - Axis Mundi

Mi nutro degli scritti di antropologi come Vinciane Despret, glaciologi come Claude Lorius, abbiamo un linguaggio completamente diverso, ma è bello sentire che siamo in tanti a pensare, che c’è una eco che riecheggia nei pensatori attuali, nei ricercatori.

Anche Maurine trova risorse in questi testi. 

Lei è una scienziata, e alla fine, anche se fondamentale, non ha risonanza filosofica o esistenziale attraverso la sua pratica, quindi lavorando insieme, è come se ci fossero risonanze, interferenze: quando lavoriamo insieme, quando leggiamo insieme, ci sentiamo meno sole.


Non è parlando di crisi, ma parlando di sensibilità che possiamo arrivare a qualcosa.

La crisi la conosciamo, possiamo dire alle persone: "Non dobbiamo farlo!", ma sarà invano; è piuttosto prendendo in conto il sensibile che possiamo sentirci coinvolti.
 

Lo spettacolo conferenza Glace è un incontro: con Maurine materializziamo ciò di cui stiamo parlando.

Lei disegna le curve del riscaldamento globale sullo schermo di ghiaccio e questo si scioglie, così capiamo subito il diagramma del ciclo dell'anidride carbonica e come questo si manifesta concretamente nella nostra vita.

Nello spettacolo ci sono alcuni dati scientifici, ma sono un pretesto: ci ritroviamo nell'Artico, si tratta di un universo abbastanza divertente, gli spettatori entrano in questo universo e alla fine fanno tante domande, c'è davvero spazio dopo per porre domande e dare risposte anche scientifiche.
 

È come se riuscissimo a realizzare un oggetto con due cose separate: rendere percettibile e sensibile la scienza. 

La scienza a volte è un po' fredda, l'arte è il sensibile, la percezione che ci permette di vivere piuttosto che di capire, ed è così che possiamo agire meglio nel mondo. 

ELISE VIGNERON

Elise Vigneron - La ronde

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