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CAMILLA BARBARITO

Camilla Barbarito è una cantante e performer milanese.

Si è formata attraverso un percorso variegato di teatro sperimentale e canto, grazie anche ad alcune giovanili tournée in Africa Sub-sahariana e la conseguente scoperta delle culture extra-europee.

Collabora con numerosi ensemble musicali, e porta avanti una propria originale ricerca nell’ambito della musica popolare mediterranea, ispirandosi alle sonorità balcaniche, al fado portoghese, alla musica rebetika greca, al tango argentino e alla musica Rom.


Parallelamente vive molte esperienze sia come attrice di teatro che come vocal-performer all’interno di spettacoli e concerti di natura sperimentale e improvvisativa.

È spesso ospite di Radio Popolare e della trasmissione Piazza Verdi di Rai Radio Tre.

È l’ideatrice del personaggio Nina Madù, che insieme alla band le Reliquie Commestibili si è fatto apprezzare nell’ambito indipendente.

Camilla Barbarito, in questa intervista, ci accompagna in inaspettati vagabondaggi musicali sulle tracce dell’elemento acqua, viaggiando tra musicisti da lei molto amati e sue sperimentazioni sonore con il canto delle balene e non solo.

QUAL È LA TUA RELAZIONE CON L’ACQUA?

Camilla Barbarito
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C'è poca acqua nella mia vita.
 
Questa vostra domanda ha innescato una serie di libere associazioni e mi ha costretto a fare i conti con l'elemento dell'acqua che sicuramente mi è poco congeniale.
 
Mi sono resa conto che c'è una fatica, perché tutto quello che io associo alle sonorità popolari o comunque alla tradizione, lo associo all'elemento della terra e a quello del fuoco: movimenti tellurici, formazioni, stratificazioni, aridità che si prestano a detonazioni, scoppi, sgretolamenti.

Non a caso, con le mie carissime allieve del coro di voci di donne in cui mi crogiolo da tanti anni, spesso sentiamo il bisogno di far ricorso alla pietra come immagine.
 
La sensazione è quella di essere un cerchio quasi come a Stonehenge.   
 
A volte c'è una brutalità nella musica popolare.
 
Siamo come delle aralde che scagliano un messaggio che non è esistenzialista e personale: ha una qualità che va oltre il sé.
 
Si diventa veicolo di qualcosa che va oltre l'io biografico, la storia personale, privata, individuale per andare in una dimensione che è oltre se stessi. 


Molto spesso ho avuto questa immagine del cerchio di pietre nel quale tutte quante dirigono il getto con la voce.

Una voce evidentemente non troppo educata.

Una voce spianata, sguaiata.

Molto forte nell'intenzione. 

Questo mi fa pensare a un personaggio caro, lo studioso etnomusicologo Marius Schneider che, per come la vedo io, non ha nulla dell’accademico.
 
Nel suo modo di raccontare l'origine della musica, sento questo fare riferimento alla voce come ad un fatto che riguarda tutti.
 
Soprattutto quando si canta insieme e non si è in una dimensione di porgere, ma siamo nello scagliare.
 
Il dardo, la voce lanciata con questa forza che ha a che fare anche con l'aggressività. 

Però non è un'aggressività negativa, nociva.
 
È un'aggressività vitale.
 
Quella scossa di vitalità che nel mondo popolare turba e fa eccitare.
 
Fa eccitare la terra e la terra poi è fertile.
 
Come quando la batti con una danza molto vigorosa.

Pinuccio Sciola - Sounding Stones, the Memory of the Universe (2012)

ASCOLTO 1

Tutto questo mi fa pensare a Pinuccio Sciola e alla sua opera, alla potente intuizione che questo artista ha avuto.

Partendo dalla pietra, materiale della sua terra, la Sardegna, ha seguito una visione tagliando pietre di varie tipologie e dimensioni, facendo sorgere ed emergere dalla pietra una voce sonora, che contiene comunque qualcosa di acquatico: la memoria. 

Camilla Barbarito
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La vostra domanda sull'acqua mi ha fatto anche pensare a come da cantante, eternamente, la ricerca infinita sia proprio quella di arrivare a che la voce sia qualcosa che sgorga.
 
In questo senso la voce mi fa pensare all'acqua: proprio ad un fluido.
 
Anche se poi è l'aria che veicola il suono.
 
Ma nella pratica quotidiana che mi accompagna da tanti anni, c'è sicuramente l'immagine dello sgorgare: la voce sorge dall'apparato fonatorio e scava la sua strada, come fa  l'acqua, creando uno spazio: il corpo si plasma in questa sorgente di suono.  

Continuando questo filo del pensare mi è venuta in mente l'esperienza della fonazione.

Da dove arriva?
 
Perché senz'altro abbiamo una sorgente, uno zampillare, che cambia come l'acqua  cambia di stato.
 
Questa forza, che può essere anche distruttiva, nel caso dell’emissione vocale ha la morbidezza e rotondità che l'acqua porta.

E’ una sensazione molto specifica, molto precisa. 
 
Anche perché rende la gommosità dell'apparato fonatorio come se fosse la bocca di una canna dell'acqua che si può produrre all'infinito nelle più varie trasformazioni. 

Questo tema risuona sempre in Marius Schneider per come lui individua in moltissime cosmogonie la nascita della realtà da un suono.
 
È molto misterioso per me, ma anche terribilmente concreto.

 
Perché effettivamente è una cosa che ritorna anche nell'esperienza della sillaba della parola, non nel suo significato di senso logico, ma proprio nell’esperienza della parola corpo.
 
Questo è un po’ il mio territorio, dove mi confronto tutti i giorni.
 
Nell'emissione c’è l’inciampo delle consonanti, che sono tutti ostacoli a questa fluidità.
 
La consonante diventa una percussione, diventa un'occasione di attrito che interrompe questo fluido. 
 
Il flusso della vocale è chiaramente aperto e sgorga e in mezzo ci sono queste opportunità. 
 
Io canto in tante lingue, confrontarsi anche con gli idiomi, rendersi conto di come ogni lingua abbia un punto misterioso e faccia vivere una parte di te diversa è molto interessante.

Camilla Barbarito - Voci di fondali marini.

ASCOLTO 2

Sono stata coinvolta dalla danzatrice Maria Carpaneto per un lavoro che si chiamava Istantanea on bo-we. Per creare questo luogo sonoro che per me era come una placenta, sono partita dalle voci di balene e delfini e su queste ho creato delle piccole sovraincisioni vocali.

Camilla Barbarito
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Spostandosi su una zona completamente diversa, sempre per via della mia totale schizofrenia, penso a un disco meraviglioso di Stelvio Cipriani

Una mia grande passione sono le colonne sonore delle produzioni del cinema italiano degli anni '70.

Cinema di genere, quindi assolutamente B Movie.

Sono produzioni musicali fantastiche, un mondo compositivo che è musica perlopiù strumentale, ma ci sono anche delle presenze vocali, molto datate, perché hanno un sound immediatamente riconoscibile per il tipo di strumentazioni.

Però io sono molto affascinata da questo mondo: strumentisti incredibili, molto affiatati... Quanto si produceva!

Viene fuori anche il mio senso di orrore per la perdita di questa ricchezza che era la produzione audio in quegli anni nel cinema italiano.

Sono autori di culto nel mondo: ovviamente Morricone, ma penso anche ad altri come Trovajoli, Niccolai, Stelvio Cipriani appunto, se ne potrebbero citare moltissimi, Piccioni...

In particolare mi piacerebbe moltissimo farvi conoscere la meravigliosa colonna sonora di un film che si intitola Tentacoli, un'opera di Stelvio Cipriani.

Stelvio Cipriani - Happiness in having two keller whales as friends - Tentaocoli

ASCOLTO 3

Qui potete sentire bene il moog che è uno strumento tipico di quell'epoca che ha la particolarità di avere varianti sonore e timbriche quasi infinite che creano un mondo di ondeggiamenti. 

Camilla Barbarito
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Questo ondeggiamento mi fa provare delle sensazioni di piacere e mi riporta alla musica popolare, a tutti i linguaggi non classici.
 
La musica occidentale colta ha creato una scala e la minima distanza tra due note è un semitono, ma io ho una predilezione particolare, che trovo sia molto vicina alla sensazione del fluido e dell'acqua, quando si indaga, si ispeziona, si esplora tutto quello che c'è tra un semitono e un altro: in quell'intervallo c'è un infinito numero possibile di suoni intermedi.
 
Questo è molto presente nella musica popolare, è addirittura codificato nella musica mediorientale, ma è presente nel jazz e in tutti i linguaggi orali che non sono scrivibili.
 
Si può provare a scrivere, ma sarà sempre molto approssimativo, perché la pronuncia di un suono non si può registrare con la scrittura canonica. 

Potrei anche citare un esempio: una volta ero a un concerto a Caprarola con Nabil Hamai, violinista algerino con cui ho collaborato.

Suo padre è un suonatore di qanun, mi ricordo questo concerto in cui ero con questa formazione meticcia in cui ci sono un balafon del Burkina Faso, Baba Djarra e Seydou Dao, griots del Burkina Faso, e Carla Colombo che è una meravigliosa musicista che da una vita intera si dedica alle sonorità africane, e Nabil, come solista.
 
Mi ricordo il momento del concerto in cui lui comincia un'improvvisazione andando sulle corde delle sonorità tipicamente mediorientali, i cosiddetti  macam, e comincia a indugiare, con una sensualità estrema a cavallo tra questi passaggi tipici.
 
Io ero talmente sedotta, affabulata da questo indugiare, proprio lì a cavallo tra le note.
 
Proprio nella zona del corpo e del piacere, che chiaramente è un piacere mentale: quando la musica trafigge con delle sensazioni che sono anche fisiche.

ASCOLTO 4

Kaikomai Kaigomai, S.Xarhakos - Camilla Barbarito, voce, chiavi; Nabil Hamai, violino;  Fabio Marconi, chitarra acustica.

Camilla Barbarito
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Uno degli artisti che in assoluto adoro e genuflessa mi metto prona al centro della stanza ascoltando il vinile, è Francis Bebey, un artista meraviglioso.

Psychedelic Sanza sono delle registrazioni fatte tra l'80 e l’84.

Qui è proprio la foresta: un’acquosità diversa, gocciolante.

Lui sovra-incideva sempre da solo, partendo dal sanza che è come uno strumento percussivo come la kalimba. Una specie di Robert Wyatt africano.

Lo adoro perché è anche una figura estremamente particolare, atipica, molto ironico, un po’ narratore.

Le sue produzioni, i suoi album, le cose che ha fatto sono diversissime.

Era un chitarrista classico molto virtuoso, quindi voce-chitarra, però poi ha fatto elettronica.

Psychedelic Sanza per me è proprio la voce di questa foresta grondante, fertile, tumida. 

ASCOLTO 5 

Un luogo sonoro incredibile, un viaggio.

Brano Forest Nativity dall’album Mamaya di Francis Bebey

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