NUMERO ZERO

ANIMATA

ZINE

di Beatrice Baruffini

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Che le parole abbiano un peso lo scopriamo fin dall’infanzia.

 

La prima parola pronunciata di senso compiuto, che attesta l’abbandono delle lallazioni protolinguistiche, esercizi propedeutici per una trasformazione da cucciolo di uomo ad animale sociale, si festeggia come presa di coscienza speciale (dal latino specialis, der. specie, non è un aggettivo qualunque).

 

In quel preciso istante iniziamo a praticare il linguaggio che diventa lo strumento privilegiato per metterci in relazione gli uni agli altri e gli uni, con quelle parti di mondo che cadono sotto il nostro vivere quotidiano.

Iniziamo a battezzare le cose con le parole. Siamo noi che le chiamiamo, le chiamiamo a noi, le includiamo nelle nostre vite, le ancoriamo ai nostri giorni, le determiniamo, diamo loro continue possibilità di prendersi spazio e significare.

 

I riti linguistici non sono che associazioni - consapevoli e ragionate, istintive e anarchiche, sperimentali, innovative, provocatorie, ereditarie, immaginifiche - per sancire relazioni tra rappresentazioni e segni, arricchire il peso dei contenuti, rafforzare le forme, istituire nuovi meccanismi di riferimento.

 

Le spostiamo da un contesto all’altro, le addomestichiamo per poi ritrovarne il carattere selvaggio, le travestiamo e le spingiamo fino ai limiti della significazione.

 

Le parole sono complici inesauribili della nostra permanenza collettiva su questo pianeta, sono il nostro mezzo per creare connessioni e forse sono l’unico che ci permette di nominare l’altrove, avanti e indietro nel tempo.

Nominare è un atto di sopravvivenza della specie.

Le parole non sono fatte per restare immobili, non sono fatte per il silenzio.

 

Non si sottraggono mai.

 

Per essere hanno bisogno di animarsi, essere manipolate, trasformate, legate a fili sottili, indossate, mosse, spostate, usate.

 

Le parole, lume naturale o neon artificiale, antiche e contemporanee, guidano lo sguardo, lo stupiscono, indicano gli adombramenti curiosi, diventano ombre.

Le parole sono simboli che creano metafore.

 

Le parole su nero, indelebili, incancellabili. Quelle scelte, indossate, che calzano come un guanto.

 

È così che il teatro di figura diventa il mezzo, la suggestione, per una possibile animazione di parole.

 

Prologo.

 

Questa rubrica inizierà sempre con un antefatto per introdurre la parola in scena. Lei, la parola, la immaginiamo dietro le quinte, nascosta, silenziosa, ferma; ciò che accade nelle prime righe è un concepimento poetico linguistico, un artificio narrativo, che ne origina un’etimologia surreale e astratta, perché a posteriori.

Posizione zero.

 

Sappiamo fin da ora che quattro sono le parole cui ogni numero di questa rubrica sarà dedicato: acqua, fuoco, aria, terra. I nostri occhi sono, nei loro riguardi, contemplativi.

 

Quello che accadrà dopo è un processo creativo, un esercizio da non prendere troppo sul serio (e forse per questo già fallito o da leggere con mani nei capelli…) di scrittura che opera sulle parole per mezzo del teatro di figura.

Manipolazione.

 

Una parola si manipola per derivazione, attingendo a suffissi e prefissi, sinonimi e contrari, indagando radici, famiglie, traduzioni, con anagrammi, metafore, detti popolari, immagini iconografiche, claim pubblicitari, ricordi collettivi.

Animazione.

 

Riguarda la parte viva di una parola, che non si accontenta di cambiare forma, ma lo fa cercando ogni volta il luogo dove far risiedere la propria anima.

 

Nel farlo diviene parola ombra, parola pupazza, parola oggetto, parola a filo, parola ventriloqua, parola su nero.

I significati e i significanti da manipolare e animare, per generare nuove possibilità di connessioni, sono due piani che s’intersecano, si muovono, si influenzano, generano un eterno scambio di elementi che procede per ribaltamenti di senso, sconfinamenti dove le regole sono da infrangere e le sperimentazioni, infinite.

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