NUMERO ZERO

ANIMATA

ZINE

di Valeria Sacco

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Nel saggio Auberge du lointain André Berman parla del corpo del testo da tradurre come di una vera e propria forma di vita e dell'atto del tradurre come di un'esperienza.

 

Berman immagina che il corpo testo che è nato e ha preso forma nella lingua madre del suo autore, una volta trasportato in una nuova lingua debba affrontare irrimediabilmente un senso di allontanamento da sé in tutto simile a quello che noi umani avvertiamo quando alloggiamo in un albergo.

 

E tale immagine non vale solo per la lingua di origine ma anche per la lingua d'arrivo che a sua volta prende, in questa metafora, i panni dell'albergo ed è chiamata a farsi capace di accogliere lo straniero.

 

Che il traduttore ammetta questa condizione di lontananza e di estraneità che il corpo del testo originale e quello d'arrivo dovranno sentirsi addosso, è per Berman la conquista della libertà del traduttore.

 

Il limite che si fa varco.

 

Gli alberghi sono luoghi in cui trasferiamo temporaneamente la nostra quotidianità, la nostra vita ordinaria. Gesti, pensieri, emozioni che tutti i giorni viviamo nelle nostre case, come dormire, lavarci, vestirci, li agiamo in un luogo “altro” e proprio per questo li ri-troviamo. Piccole consuetudini talmente familiari da non esserci nemmeno più visibili, in albergo, grazie alla loro assenza, ci riappaiono essenziali. Quante volte in albergo abbiamo rimpianto pantofole, comodini, abat-jour, spugne, mensoline, davanzali, caloriferi?

 

Eppure quelle assenze hanno generato nuovi gesti, nuovi rituali, nuove consuetudini, un altro modo di abitare lo spazio.

Questa è per Berman nell'opera di traduzione la straordinarietà: nell'incontro accade una trasformazione reciproca, una contaminazione, la lingua d'origine è costretta a cambiare, e la lingua d'arrivo ad essere a sua volta trasformata dallo straniero che accoglie.

 

L'albergo allora, spalancando la metafora, è un luogo di nessuno, dove ci si può spogliare, scoprire. Un'intimità, e ognuno potrà immaginarla come vuole: vetri di finestre rigati dalla pioggia, persiane accostate nella penombra, brusire di termosifoni, voci e passi in corridoio, silenzi del primo pomeriggio, rumori sconosciuti, bagliori colorati di neon intermittenti dalla strada, musica, clacson.

Fuori può esserci qualsiasi cosa.

 

Dentro c'è uno spazio disponibile ad essere abitato.

 

Di questa immagine poetica di Albergo della Lontananza abbiamo pensato di farci anche noi portatrici.

 

Abbiamo così iniziato a immaginare Animatazine come un piccolo ostello immerso in qualche sperduto paesaggio.

 

Avremmo voglia di descriverlo, di indugiare assieme a voi nella costruzione di un'immagine, di discorrere come sopra delle più svariate sensazioni metereologiche, uditive, visive, tattili che lo riempiono, ma sarebbe uno sbaglio, già cominceremmo a impossessarcene, a definire, useremmo le parole per chiudere e invece la sfida è cercare sempre di aprire.

 

Qui non stiamo parlando di un luogo fisico, stiamo immaginando un albergo in un luogo immaginario.

 

Un rifugio impalpabile, diffuso, collocato all'incrocio della mappa digitale, in uno di quei tanti, infiniti nodi della rete, aperto a tutti i viandanti: da chi ci lavora dentro e lo frequenta con assiduità ( noi della redazione), agli ospiti invitati a raccontarci delle loro passioni, accomunati tutti dal tema del ritrovo (acqua, terra, aria, fuoco), a tutti gli altri visitatori, da chi si trattiene solo un momento, a chi si incuriosisce e resta, e torna, e lascia due righe sul libro degli ospiti per imprimere un segno del suo passaggio.

 

Nell'albergo di Berman si cerca di farsi interpreti dell'altro andando oltre i propri confini, per riscoprire quelle parti di sé meno evidenti, inusuali, con la disponibilità perfino a reinventarsi. Questo chiede Berman alle lingue d'arrivo che si fanno ostello nella lontananza.

 

Noi vorremmo chiedere ad Animatazine la stessa cosa: offrire a tutti questa stessa ospitalità.

E nella speranza che ospiti e visitatori possiate sentirvi a vostro agio tra queste nostre pareti di cristalli liquidi, vi diamo il benvenuto.

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